Convivere con il tumore alla prostata, tenendolo sotto controllo e posticipando eventuali trattamenti al momento in cui la malattia cambia atteggiamento, se lo cambia. Rimandando così, per anni o per tutta la vita, insieme alle terapie anche i loro possibili effetti collaterali, come incontinenza e impotenza. È quanto prevede la «sorveglianza attiva», una strategia che raccoglie sempre più consensi e riservata solo a determinate tipologie di malati, quelli con un carcinoma di piccole dimensioni e poco aggressivo. Uno studio presentato a Stoccolma durante l’ultimo congresso dell’Associazione europea di urologia, però, solleva alcuni dubbi sull’efficacia di questa strategia perché un quarto dei pazienti abbandona il percorso e non si presenta ai controlli previsti, che sono l’elemento chiave di questa strategia.
Tante cure efficaci contro il tumore alla prostata
In Italia sono 43mila i nuovi casi all’anno di tumore alla prostata, la forma di cancro più comune fra i maschi. Per via dell’invecchiamento generale della popolazione e grazie alla diagnosi precoce il numero di malati è in crescita, ma spesso si tratta di forme poco aggressive, che crescono lentamente e che non saranno mai un vero problema per la vita degli interessati. Ad oggi sono molte le cure efficaci a disposizione per il carcinoma prostatico (intervento chirurgico, radioterapia o brachiterapia per le forme localizzate; terapia ormonale, chemioterapia e nuovi farmaci per quelle più avanzate) e i pazienti possono decidere qual è la soluzione migliore nel loro caso, valutando pro e contro dei trattamenti, all’interno di un team multidisciplinare. Se la malattia è localizzata e a basso rischio di progressione spesso viene trattata con chirurgia, radioterapia o brachiterapia, che hanno però fra i loro maggiori effetti collaterali incontinenza e disfunzione erettile.
L’esperienza italiana: una strategia vincente
«Proprio per questi uomini è indicata la sorveglianza attiva, che li risparmia da conseguenze indesiderate e non mette in alcun modo a repentaglio la loro vita – spiega Riccardo Valdagni, direttore del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, il centro italiano con maggiore esperienza in questa strategia -. Seguendo i controlli previsti si tiene monitorato il tumore e se cresce o si notano delle anomalie si interviene subito. Certo non è semplice accettare l’idea di non “eliminare” subito il cancro, è una questione psicologica e culturale. Ma dalla nostra esperienza su migliaia di pazienti seguiti da anni in questo modo sappiamo che, se ben informati , interessati e familiari vivono serenamente e gestiscono al meglio le loro preoccupazioni». Lo studio, presentato a Stoccolma da ricercatori dell’ospedale svizzero di Baden, ha seguito 157 uomini con carcinoma prostatico sotto sorveglianza attiva per 13 anni: è emerso che poco più un quarto di loro (il 28 per cento) avevano poi avuto bisogno di una terapia, ma che altrettanti (il 27 per cento) hanno nel corso degli anni interrotto i controlli. «Come hanno sottolineato gli stessi autori della ricerca – dice Valdagni -, il campione di persone preso in considerazione è piuttosto piccolo e le loro conclusioni sottolineano l’estrema importanza di stare attenti a non perdere di vista l’aspetto psicologico degli uomini sotto sorveglianza. Oltre agli esami e alle visite, serve che nel follow up si parli con i pazienti e li si aiuti a superare le eventuali difficoltà come l’ansia. Non solo. È importante che questi pazienti siano inseriti in un protocollo strutturato con percorsi e procedure condivise tra le diverse figure professionali coinvolte, evitando così la sorveglianza “fai da te”. Se i pazienti non si presentano alle visite vengono richiamati e fra i nostri assistiti solo lo 0,1 per cento dei partecipanti è da considerarsi perso al follow up».
