Tumori e psiche, i metodi efficaci per combattere ansia e stress

Praticamente tutti i pazienti, e i loro familiari, subiscono uno choc emotivo al momento della diagnosi di cancro: rabbia, disperazione, paura prendono il sopravvento iniziale, ma anche successivamente circa il 50% dei malati mostra sintomi di disagio. «Disturbi d’ansia e depressivi interferiscono in maniera significativa sia con l’adesione alle cure sia con la qualità della vita — commenta Luigi Grassi, presidente onorario della Società Italiana di Psico-Oncologia (Sipo) —. Solo un terzo dei casi di disagio psichico grave viene riconosciuto, mentre la sofferenza psicologica dovrebbe essere rilevata subito, come avviene per i parametri vitali, al pari di temperatura corporea, frequenza cardiaca e respiratoria, pressione e dolore»

Chiedere aiuto a uno psicologo

«Il cancro (e il suo trattamento) costituisce un evento traumatico che colpisce tutte le dimensioni della vita di una persona da quella fisica a quella affettiva, sessuale, relazionale, professionale e spirituale — dice Anna Costantini, consigliere nazionale della Società Italiana di Psico-Oncologia e responsabile del Servizio di Psicologia e Psico-Oncologia presso la Clinica Villa Margherita di Roma —. Come ogni evento traumatico, dà luogo in tutti i pazienti a un comprensibile processo psicologico reattivo, caratterizzato da sentimenti di choc, ansia, paura, perdita, incertezza, revisione delle priorità esistenziali. In circa la metà dei casi la sofferenza può presentarsi o evolvere con caratteristiche di maggiore gravità e persistenza ed eccedere la capacità della persona di adattarsi e far fronte ai cambiamenti che la malattia comporta, fino al manifestarsi di veri e propri disturbi psicopatologici con significative conseguenze sulla qualità della vita. In questi casi è opportuno rivolgersi a psico-oncologi specializzati a trattare con interventi di provata efficacia il lato psicologico della malattia».

Farmaci: ansiolitici, antidepressivi e ipnoinducenti

«L’utilizzo di farmaci con proprietà ansiolitiche o antidepressive è importante in tutte le condizioni in cui sia stato valutato che il quadro ansioso o depressivo ha caratteristiche cliniche necessitanti di interventi più specifici — chiarisce Luigi Grassi, presidente onorario della Società Italiana di Psico-Oncologia (Sipo) e direttore della Psichiatria presso l’Azienda Sanitaria Universitaria di Ferrara —. Gli antidepressivi in genere vanno usati per diversi mesi (8-12 mesi); gli ansiolitici, se della famiglia delle benzodiazepine, per periodi brevi (due-tre settimane). Utili, pure per un impiego a breve termine, sono le molecole favorenti il sonno che vanno prescritte da un medico, meglio se attraverso consulenza specialistica (medico psichiatra con esperienza in ambito oncologico)».

Psicoterapia

«Le psicoterapie hanno diversi obiettivi per i malati di cancro — spiega Grassi —: le forme supportivo-espressive hanno un ruolo di facilitare il supporto reciproco e di favorire l’espressione delle emozioni (paura, rabbia, demoralizzazione); altre forme (cognitivo- comportamentali) aiutano a risolvere i problemi e a trovare meccanismi di risposta più adattiva allo stress causato dalla malattia; altre ancora, come quelle centrate sulla dignità e sul significato, a dare un senso a quanto accaduto e a riprendere le fila dell’esistenza. In genere hanno durata breve (alcuni mesi) e devono essere messe in pratica da psicoterapeuti (psicologi o psichiatri specialisti in psicoterapia). Sono spesso disponibili nei servizi di Psico-oncologia, presenti in molti Centri italiani».

Tecniche di rilassamento

«Se ben apprese e regolarmente praticate, le tecniche di rilassamento integrate nel percorso di cura oncologico sono efficaci nel migliorare il livello di benessere in pazienti con stati d’ansia e sintomi di stress emozionale, per ridurre i disturbi del sonno, i sintomi di nausea anticipatoria da chemioterapia e il dolore moderato — spiega Costantini —. Diverse tecniche favoriscono uno stato di rilassamento fisico (e quindi mentale): tra queste il training autogeno e il rilassamento progressivo di Jacobson, che in generale consistono di una serie di esercizi più o meno complessi il cui apprendimento può richiedere anche alcuni mesi». Per un apprendimento di base sono necessarie in media circa 10 sedute di 30-40 minuti, con un terapeuta/istruttore con esperienza specifica in questo ambito. Le terapie di rilassamento sono basate su tecniche che insegnano a riconoscere gli stati di tensione muscolare e addestrano a raggiungere gradi via via più profondi di rilasciamento dei diversi distretti corporei. L’equilibrio generale dell’organismo si sposta da uno stato di attivazione verso quello del riposo. È provato che un soddisfacente grado di rilassamento induce modificazioni di altri sistemi dell’organismo, quali il sistema neurovegetativo e neuroendocrino, oltre che modificazioni positive del sistema immunitario.

Meditazione e yoga

La meditazione comprende un insieme ampio di forme e tecniche in cui ci si allena intenzionalmente a una consapevolezza mentale spostando l’attenzione su oggetti, suoni parole o frasi. Ci sono molte tecniche, dalla meditazione mantra a quella contemplativa a quella consapevole sul respiro, fino ad altre forme che guidano verso una sorta di «vuoto mentale». In psico-oncologia, ci sono dati inerenti il beneficio dello yoga e delle tecniche meditative nella riduzione dei sintomi e nel miglioramento della qualità di vita, per cui la letteratura ne propone una loro integrazione alle terapie standard oncologiche.

Mindfulness

«La meditazione mindfulness integra principi delle discipline orientali e tecniche meditative alle più recenti conoscenze scientifiche in ambito di terapia dello stress e del dolore — spiega Costantini —. Gli interventi basati sulla mindfulness considerano mente e corpo un’unità funzionale e migliorano la capacità di prestare attenzione nel presente a quelle reazioni che si verificano in risposta a percezioni, emozioni e pensieri che insorgono momento per momento e che possono avere conseguenze reali sul nostro benessere psicofisico attuale. Il corpo infatti tende a reagire a eventi mentali come se stessero accadendo realmente. Insomma, la mindfulness può essere un approccio per addestrare il cervello a rispondere in modi che supportino emozioni più positive».

Fare movimento

L’attività fisica ha molteplici benefici sia sul piano fisico che psicologico: riduce in generale il rischio di ammalarsi di tumore o di avere delle recidive, migliora lo stato psicologico e sociale e potenzia le difese dell’organismo, migliorando la prognosi di malattia. Come dimostrato da diversi studi, muoversi contribuisce anche a scaricare le emozioni negative, come rabbia, ansia e stress, migliora il benessere psico-fisico dei pazienti e contribuisce ad arginare gli effetti collaterali delle cure.

Non isolarsi

«Una delle conseguenze della reazione psicologica alla malattia può essere la tendenza ad isolarsi legata ad esempio alla paura di essere stigmatizzato e compatito, al timore di emozionarsi nel parlare della propria esperienza o di non essere capiti, per la vergogna di cambiamenti fisici associati ai trattamenti o per uno stato di demoralizzazione o depressione — spiega Costantini —. Una reazione fisiologica di ritiro sociale è normale di fronte a un evento che scardina bruscamente la propria traiettoria di vita, ma continuare a coltivare relazioni significative può favorire il mantenimento di un senso di identità sociale, alleggerire emozioni negative condividendole con altri e migliorare le possibilità di supporto pratico».

Dormire

«Circa il 30-50 per cento dei pazienti con tumore presente o pregresso ha insonnia e questo implica molte conseguenze negative — spiega Luigi Grassi, professore Ordinario di Psichiatria dell’Università di Ferrara —. È un problema poco o nulla affrontato in oncologia, ma condiziona pesantemente la qualità di vita, il benessere psicologico e fisico, le difese immunitarie , oltre a favorire la fatigue, quel senso di stanchezza cronica che interessa moltissimi malati (durante e dopo le terapie). Anche in questo caso possono aiutare interventi psicologici di tipo cognitivo comportamentale e, quando necessario, farmaci regolatori del ritmo circadiano. E fare movimento è sempre un aiuto prezioso».

Partecipare ad attività di gruppo, seguire corsi, lavorare

Oltre agli effetti positivi degli interventi psicologici, può essere utile anche l’incontro con altri pazienti che hanno lo stesso problema. Condividere ansie e preoccupazioni è terapeutico: serve a viverle come esperienze normali (i malati si sentono spesso isolati e «diversi» in un mondo costituito da persone sane) e quindi a gestirle meglio. Inoltre vanno prese in considerazione tutte le strategie che possano contribuire a non isolare la persona, lasciandola sola con le sue preoccupazioni: ad esempio la partecipazione ad attività di gruppo (ginnastica, yoga, corsi di vario genere) o l’impegno attivo in associazioni di volontariato. E, per chi è ancora in età lavorativa, non smettere di svolgere il proprio impiego (esistono specifiche leggi e tutele, per lavoratori e datori): il lavoro, è stato scientificamente dimostrato, aiuta ad affrontare meglio la malattia, le cure antitumorali e migliora la qualità di vita dei pazienti.

Non insistere se il paziente si chiude in sé

Spesso amici e conoscenti non sanno come comportarsi: se chiedono troppo temono di essere invadenti, tacendo rischiano di sembrare insensibili o indifferenti. A volte sono imbarazzati ad affrontare l’argomento. L’importante è essere autenticamente aperti al dialogo. Un semplice: «Ciao, come va? Come ti senti?» è l’atteggiamento migliore perché il paziente si senta libero di esprimersi, raccontare o tacere. «Di fronte a un paziente che si chiude in sé, forse demoralizzato o depresso, è bene evitare di dispensare consigli non richiesti solo per riempire un vuoto o frasi come “sei forte devi combattere” ,“tirati su, se ti lasci andare sarà peggio”, “devi essere positivo, per aiutare la guarigione” che possono innescare sentimenti di colpa — dice Costantini —. Meglio dare la propria presenza, ascoltando e rispondendo con empatia, per far sentire il paziente compreso. Possiamo per esempio dire: “Deve essere stato davvero duro per te affrontare questa terapia” o “il risultato della Tac deve essere stata proprio una delusione”».

Non tacitare il malato, non insistere, non dare consigli non richiesti

Il paziente ha spesso un grande bisogno di esprimere le proprie opinioni e le proprie emozioni. I medici, gli infermieri, i familiari e i conoscenti dovrebbero dedicare un tempo adeguato nell’ascolto del paziente. D’altro canto, specie nella decisione delle terapie o del Centro a cui affidarsi, rischia di rimanere disorientato dalla grande quantità di informazioni che cercherà da solo (su internet e giornali, per esempio) e che gli arrivano dai medici: sarebbe bene che amici, colleghi, conoscenti si astenessero dall’incrementare la confusione. E i familiari, più che insistere, dovrebbero ascoltare e cercare di ragionare col malato (senza mentire o promettere false speranze).

 

 

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