MILANO – C’è un’urgente necessità di integrare le cure oncologiche e quelle palliative, con una particolare attenzione al sollievo del dolore nei malati di cancro. Il richiamo arriva dal convegno della Società europea di oncologia (Esmo) , in corso in questi giorni a Vienna. Durante il congresso sono anche stati messi in evidenza due studi italiani che mostrano il funzionamento della realtà nostrana: uno analizza l’utilizzo degli analgesici, l’altro esplora i differenti modelli d’organizzazione per combinare al meglio le terapie antalgiche e quelle anticancro. «L’Italia – sottolinea Raphael Catane, fra i membri fondatori del Gruppo di lavoro Esmo sulle cure palliative – ha una forte tradizione nella terapia antalgica e vanta ben 26 centri accreditati (su un totale europeo di 127) secondo i nostri livelli qualitativi».
ANTIDEPRESSIVI, IL NUOVO TABU’ DA ABBATTERE – Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni e il buon livello delle cure nel nostro Paese, c’è ancora molto da fare, come dimostra la prima ricerca coordinata da Sandro Barni, direttore del Dipartimento Oncologico dell’Azienda Ospedaliera di Treviglio (Bergamo). Esaminando il trattamento del dolore in otto centri oncologici italiani e valutando i dati raccolti su 265 pazienti sottoposti a chemioterapia e seguiti in day hospital sono emerse disparità fra i vari centri e un generale sottoutilizzo degli analgesici adiuvanti (che includono antidepressivi, corticosteroidi e bifosfonati). «Sebbene ci siano stati dei progressi nell’uso degli oppiacei – spiega Barni – resta forte il tabù verso gli antidepressivi. In generale, tutti gli analgesici adiuvanti vengono poco impiegati, specie se a prescrivere le cure non è un oncologo o un esperto di terapia del dolore. Bisogna quindi lavorare perché tutti i medici, i pazienti e i familiari siano meglio informati sull’utilità e i benefici ottenibili con questi farmaci».
SERVONO VISITE RAVVICINATE PER RILEVARE IL DOLORE – Un’altra conclusione fondamentale a cui giunge la ricerca è l’importanza di seguire i pazienti a intervalli ravvicinati per calibrare meglio la terapia antalgica. «Abbiamo valutato il dolore nei partecipanti e l’efficacia della cura stabilita dopo una settimana e poi dopo 14 giorni – prosegue Barni – e ci siamo resi conto che per raggiungere dosaggio e tipologia ottimale del trattamento antidolore abbiamo “corretto il tiro” diverse volte. Servono degli aggiustamenti e quindi, almeno inizialmente, bisogna vedere i malati con una certa frequenza per verificare il livello di sofferenza e la loro qualità di vita». Il secondo studio, frutto dell’attività del Tavolo di lavoro per la Continuità di Cure in Oncologia dell’Associazione italiana di oncologia medica coordinata da Vittorina Zagonel, ha poi analizzato i diversi modelli d’integrazione fra cure palliative e oncologiche proprio nei Centri accreditati dall’Esmo. Nella maggior parte delle strutture l’oncologo si concentra sui trattamenti anticancro, mentre un team di sostegno aggiuntivo si occupa degli ulteriori problemi fisici, psicologici e sociali. La ricerca ha infine dimostrato un buon livello d’integrazione con le cure domiciliari e ha ribadito la necessità d’implementare la rete di cure palliative nel Sud.
