Scrivo per un mio familiare operato per un carcinoma del retto, in attesa di istologico. Quello che vorrei chiedere è se tutti gli ospedali, nel momento in cui eseguono l’esame istologico, effettuano anche il Kras test. Se così non fosse a chi ci dobbiamo rivolgere perché venga fatto? So che questo test è molto importante per poter utilizzare i nuovi farmaci, ma vorrei spiegazioni pratiche: in cosa consiste il test? Ringrazio anticipatamente
Risponde Carmine Pinto, direttore dell’Oncologia medica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico Sant’Orsola-Malpighi e segretario nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica
Il KRAS test si effettua su una parte del tessuto tumorale prelevato durante l’operazione e va alla ricerca di un gene (il KRAS, appunto). Se questo gene non è mutato (definito come «wild type») sappiamo che il tumore è maggiormente sensibile al trattamento con determinati farmaci: gli anticorpi monoclonali (cetuximab, panitumumab) diretti contro il recettore per l’Epidermal Growth Factor (EGFR). Secondo le statistiche disponibili, circa il 60 per cento dei pazienti con carcinoma metastatico del colon retto presenta un gene Kras wild type. Tre sono i vantaggi prodotti nell’aver individuato il marcatore KRAS: selezionare i pazienti che potenzialmente possono trarre i maggiori vantaggi dagli anticorpi monoclonali; evitare inutili effetti tossici e ritardi di cure più efficaci nei malati (assegnando a ciascuno il trattamento più appropriato alla sua malattia) e razionalizzare la spesa sanitaria (prescrivendo ad ogni malato le cure più efficaci nel suo caso si riducono sprechi e costi).
In pratica, in pazienti con carcinoma del colon-retto e malattia diffusa ad altri organi (dunque metastatica) che presentano il gene KRAS non mutato, la somministrazione della chemioterapia tradizionale in combinazione con gli anticorpi monoclonali anti-EGFR è risultata più vantaggiosa in termini di riduzione del volume tumore, ma anche nel prolungare la sopravvivenza. Una delle sedi più frequenti di diffusione della malattia neoplastica del colon-retto è il fegato e lesioni secondarie epatiche possono essere presenti alla diagnosi o svilupparsi nel corso degli anni dopo l’intervento. Le metastasi epatiche possono essere asportabili chirurgicamente alla diagnosi o divenire resecabili dopo trattamento medico.
Ciò che conta, soprattutto, è che la resezione delle metastasi epatiche può potenzialmente permettere una lungo-sopravvivenza (che può equivalere alla guarigione) in circa 15 per cento di questi pazienti. E i trattamenti combinati con chemioterapia e anticorpi monoclonali anti-EGFR, ottenendo una significativa riduzione del volume tumorale in oltre il 50 per cento dei pazienti, possono rendere resecabili le lesioni epatiche in pazienti con malattia inizialmente non suscettibile di chirurgia.
Ecco perché è fondamentale eseguire il test (anticipandolo al momento della diagnosi) su tutti i pazienti con tumore metastatico del colon-retto e ottenere l’esito dell’esame entro 14 giorni: in base alla risposta (se il gene è mutato o meno) si decide infatti come impostare la terapia. Purtroppo in alcune zone del nostro Paese, i tempi di attesa per i risultati sono troppo lunghi, limitando le opzioni terapeutiche disponibili, ma le associazioni che riuniscono oncologi e antomopatologi italiani (Aiom e Siapec-Iap)hanno prodotto le raccomandazioni cliniche e metodologiche per l’esecuzione del test e validato i laboratori con un controllo di qualità nazionale. Oggi in Italia ci sono numerosi laboratori validati per questo esame (nel 2012 in Italia erano 79, elencati sul sito www.aiom.it), con buona copertura sul territorio nazionale e, laddove non si può fare, esiste una rete che permette di trasferire i campioni.
